Ricostruzione in lego di una nave IODP (Joides Resolution)
Sebbene io non abbia intenzione di rendere questo blog un posto dove portare alla luce fatti personali, bensì fatti che coinvolgono la società, partirò con questo primo articolo parlando di un mio specifico problema. In verità vi accorgerete presto che si tratta solo di un esempio per mostrare quanto la poca lungimiranza italiana, la cui desertificazione culturale sta spingendo l’Italia stessa verso una ormai inevitabile involuzione, possa malauguratamente colpire ognuno di noi.
Vi illustrerò brevemente il mio caso. Nel mio dottorato di ricerca in scienze della terra (la geologia e tutte le discipline collegate ad essa), mi occupo della struttura della crosta oceanica ed ho avuto la fortuna di studiare rocce, ambienti e fenomeni naturali che solo pochi scienziati al mondo hanno avuto la possibilità di osservare. Dopo ricerche presso il mio istituto (il dipartimento di Scienze della Terra dell’Università degli Studi di Milano), un periodo all’estero presso il Lamont-Doherty Earth Observatory della Columbia University (New York), diversi congressi e meeting internazionali e studi ed analisi che ora sarebbe tedioso anche solo enunciare, ho avuto l’occasione di poter partecipare ad una spedizione internazionale per la perforazione a scopo scientifico di una sezione di crosta oceanica nel mezzo dell’oceano Pacifico. La spedizione di cui sopra è organizzata da IODP (Integrated Ocean Drilling Program), un progetto internazionale finanziato in primis da Stati Uniti e Giappone ed in parte Cina, Australia ed ECORD (the European Consortium for Ocean Research Drilling). Quest’ultimo è un consorzio di 17 nazioni (16 nazioni europee più il Canada) cui afferisce anche l’Italia.
Il progetto di perforazione iniziò nel 1966 con l’allora americano DSDP (Deep Sea Drilling Project), che divenne internazionale con l’aggiunta di Germania, Regno Unito e Francia nel 1975. Nel 1985 il progetto cambiò nome e divenne ODP (Ocean Drilling Program), con trazione sempre più internazionale (sebbene gli Stati Uniti mantenessero sempre la quota di investimento maggiore) e la creazione del consorzio europeo (allora ESCO – European Science Consortium for the ODP). L’Italia entrò tra i membri ESCO nel 1986, con una elevata quota di partecipanti scientifici e un po’ più ridimensionato investimento economico. Dal 2003 l’ingresso del Giappone con un forte investimento trasformò il programma di perforazione oceanica a trazione statunitense nel progetto realmente internazionale IODP con la migrazione del ESCO nell’attuale ECORD (che si impegnò in un maggiore sforzo economico).
Ogni nazione, da allora, può partecipare alle spedizioni con un numero di scienziati che è in funzione della quota investita. Nonostante il contributo economico italiano fosse ridicolo, circa il 2% della quota ECORD (Francia, Germania e Regno Unito investono ognuna circa il 25%), l’indiscutibile qualità degli scienziati italiani permise al nostro paese di partecipare a molte più spedizioni di quelle che avesse in verità diritto. Tuttavia l’ingranaggio (che già scricchiolava dal 2002 quando il CNR terminò di essere l’unico finanziatore ufficiale) si ruppe nel 2007 quando l’Italia smise di versare soldi nel progetto.
Visto il sovrannumero di scienziati italiani rispetto al contributo economico e considerando gli arretrati ancora da versare, l’ECORD non accetterà più scienziati italiani fino a quando gli organi competenti italiani (che possono essere individuati a monte nel Ministero della Ricerca) non riprenderanno a versare la quota promessa.
Così, la posizione scientifica che sarebbe stata coperta da me nella spedizione “324 Shatsky Rise Formation” in partenza il prossimo 4 settembre, dopo essere rimasta vacante per un po’, verrà in fine sfruttata da uno scienziato cinese. Tutto ciò mi è stato poi confermato durante un meeting in Inghilterra (a cui ho partecipato a spese del generoso dipartimento del Regno Unito per IODP) da una scienziata legata all’organizzatore scientifico della spedizione.
La Cina (così come molti altri paesi considerati in via di sviluppo) è quindi già in grado di sopraffarci, non solo sulla merce a basso impatto tecnologico (tessuti, bulloni, ecc) ma anche nel mondo della ricerca, grazie soprattutto ai nostri passi indietro.
Forse qualcuno si chiederà:
-Perché mai l’Italia dovrebbe impegnarsi nell’investire nella perforazione oceanica?-
Sebbene esistano decine di motivazioni, che spingono la totalità degli altri paesi civili e industrializzati ad investire sempre più nella ricerca di base e di lungo termine (soprattutto in momenti di crisi come quello attuale), io ve ne indicherò una che anche il più cieco dei già miopi governanti italiani non potrà non scorgere come buona di per sé a far continuare l’investimento. Tra i vari progetti e spedizioni organizzate da IODP, vi è un progetto denominato NanTroSeiZE (Nankai Trough Seismogenic Zone Experiment) che è già operativo e che si prefigge di acquisire informazioni e dati sull’origine dei terremoti andando a perforare proprio là dove i terremoti hanno origine. L’Italia è un paese altamente sismico e i fatti in Abruzzo sono ancora nella mente di tutti. Attualmente, come è risaputo, è impossibile prevedere l’insorgere di un terremoto e l’Italia auto-elimina una strada privilegiata per studiare al meglio questo fenomeno naturale, forse precludendo ai nostri scienziati, la possibilità, in un prossimo futuro, di scovare un metodo per la prevenzione. Il governo, con la lungimiranza di una talpa, preferisce mostrarsi davanti alle telecamere dopo che il danno è avvenuto, piuttosto che impegnarsi per cercare di evitare tragiche catastrofi.







